Intervista al baritono Rolando Panerai

Andrea Castello, presidente di Concetto Armonico e dell’Archivio storico Tullio Serafin, ha incontrato il Maestro Rolando Panerai lo scorso 31 marzo 2016 presso la sua abitazione di Firenze, per rivolgergli un’intervista. E’ un’intervista basata soprattutto sul rapporto che il maestro Panerai aveva con il direttore d’orchestra Tullio Serafin con il quale lavorò diverse volte. Un’intervista che, oltre a ripercorrere il rapporto tra i due grandi maestri, tocca anche molti aspetti ‘tecnici’ della voce del cantante lirico. L’originale della registrazione dell’intervista è conservato presso l’archivio privato di Concetto Armonico come una delle più grandi testimonianze del teatro operistico. L’associazione Concetto Armonico e l’Archivio storico Tullio Serafin, ringraziano il maestro Panerai per la grande accoglienza, disponibilità e per la preziosa testimonianza relativa al maestro Tullio Serafin.

 

 

 

 

Qual è il suo primo ricordo legato a Tullio Serafin?

Io ero un ragazzo, avrò avuto diciott’anni, il teatro Comunale di Firenze era distrutto perché era caduta una bomba proprio sul palcoscenico. Al teatrino di via Laura che era il teatro degli universitari, facevano le audizioni per essere ammessi alla scuola “Centro di avviamento al teatro lirico”. A quell’epoca c’erano i più grandi che sono usciti da quella scuola: la Barbieri, Tagliavini, Bechi. Io feci l’audizione, Serafin era da solo con due o tre persone del teatro vicini, cantai “Bella siccome un angelo” dal Don Pasquale, era una mattina uggiosa, forse ero calante. Giorgetti, un baritono dell’epoca mia con cui si studiava insieme, mi disse che coloro che aveva vicini continuavano a dirgli: “Maestro, sta calando, maestro stona” ma a lui non gliene importò nulla, lui mi prese e mi mise nella scuola. E’ lui che mi ha ‘tirato fuori’ cosi.

Poi dal 1952 la sua collaborazione con Serafin è durata per più di dieci anni. Cosa ha trovato in Serafin?

Quello che trovavo in lui e che era molto interessante ed importante, è che quando si finiva una prova ti dava delle indicazioni, cosa che non esiste più, NON ESISTE. Una volta c’era il Maestro Antonino Votto essendo un grande pianista ti dava l’indicazione, invece Serafin oltre a dare un’indicazione ti diceva anche come fare, era una scuola perché lui capiva i cantanti, lui cantava.

Quali erano le prime qualità che Serafin si aspettava da un cantante che doveva lavorare con lui?

Secondo me prima di tutto la voce. Perché la voce? Io ho avuto un solo maestro di canto nella mia vita il maestro Frazzi, mentre all’epoca mia tutti i ragazzi che studiavano canto, e ce n’erano tanti, cambiavano in continuazione, magari anche dopo essere rimasti senza voce durante un vocalizzo. Io invece non cambiavo, perché con il maestro ci discutevo e ci facevo delle litigate enormi, era il modo migliore. Si discuteva ad esempio per un vocalizzo fatto con una vocale piuttosto che con un’altra. Serafin aveva questo d’importantissimo, ti diceva quello che era il difetto anche se a lui ci voleva del tempo per levartelo. Serafin m’insegnava, mi manipolava, m’istruiva, era lui che doveva fare un bel dolce con gl’ingredienti che aveva a disposizione e cioè con la voce [Es. cantato dal maestro Panerai “Il balen del suo sorriso”]. Ti diceva come cantare una parte, poi spettava a te correggere. Il maestro di canto ti tira fuori la voce, il direttore amalgama, oggi alcuni direttori non cantano come usava fare Serafin.

Il Piano di lavoro con un cantante ed il maestro Serafin cosa prevedeva?

Era questo, praticamente era questo: dosare gli ingredienti che aveva a disposizione il cantante.

La voce che “balla”: da direttore artistico a volte mi capita di ascoltare cantanti anche giovani, con questo problema. Cosa mi può dire in merito?

Sembra strano, ma il metodo mio d’insegnamento è una cosa spontanea, naturale. Pensa a mille anni fa, quando uno abitava in questa casa e per trovarne un’altra dovevano passare 300/400 metri, come facevano a chiamarsi l’uno con l’altro a distanze così lunghe? [il maestro a questo punto fa un esempio su una nota tenuta Re e fa sentire quando la voce “balla” e quando non “balla” più]. A me la voce non balla ed ho novantadue anni. Sta tutto nel pensare alle cose e ci vuole anche una certa forza per sopportare il palcoscenico, anche un’incoscienza. La voce deve essere sganciata completamente dalla gola, e la respirazione deve essere naturale. Esempio mi ricordo anche Magda Olivero faceva l’aria “Io son l’umile ancella” [esempio cantato] senza vederla respirare ed era fantastico.

Dove un cantante deve trovare la ‘maschera’ in modo semplice, senza pensare a troppe cose che lo portano, entrando in palcoscenico, ad essere un: foniatra, un dottore, un logopedista e sempre meno un cantante?

Tutto sta nel graduare, dosare sul palato duro [es. cantando “A te l’estremo addio” dal Simon Boccanegra di Verdi, puntandolo in due punti diversi del palato.] trovare un punto focale sotto il palato e ‘battere’ li, senza muovere nulla [vocalizzo del maestro Panerai dalla nota Fa# (grave)alla nota Fa # (acuta) quindi due ottave], per dimostrare che non si deve spostare la posizione: la nota di partenza deve essere uguale alla nota di arrivo. E’ chiaro che a volte si deve spostare un po’ la posizione a seconda di ciò che si pronuncia, anche Gigli lo faceva ma era il più grande cantante dei tempi.

Callas e Serafin…Si ricorda qualche particolare tra i due?

Si, era come una figlia di Serafin ma molta della carriera gliel’ha fatta fare Meneghini, decideva lui cosa fare e cosa no. Non mi posso ricordare un rapporto tra i due, perché Serafin era sempre appartato era un ‘orso’, perché lui aveva la sua donna sempre vicino quasi come una badante [Rosina la sua governante]. Lui a me diceva come si dovevano fare delle note e, se tanto mi da tanto, con la Callas avrà detto dieci volte di più di quello che diceva a me, ma in prova era uguale con tutti.

Cosa manca attualmente nel rapporto tra il cantante ed il direttore?

E’ che il direttore d’orchestra oggi è considerato il centro assoluto dell’opera e quindi è difficile parlare. Io penso che il cantante sia l’interprete del personaggio dell’opera, es. non credo che il direttore possa sostituire la Callas quando canta Traviata. Oggi invece il cantante è considerato quasi un accessorio e non il protagonista del melodramma.

Il suo rapporto suo con gli altri cantanti.

Io sempre ho tenuto allenamento e studiato. Con tutti i miei colleghi che siano uomini o donne, ci trovavamo sempre nel camerino e facevamo il confronto delle note: “Senti come fai quella nota? E tu invece come la fai? Questo succedeva con Kraus, Pavarotti, Freni, Ghiaurov, ecc., senza problemi.

Quali sono stati i consigli che si ricorda di Serafin oltre a quelli che ci siamo già detti?

Serafin voleva la voce, anche perché poi, il dosaggio lo faceva lui; ma se mancano gli ingredienti cioè la voce, il dosaggio non lo puoi fare. Non mi ricordo una frase particolare di Serafin, ma mi ricordo la rettitudine e l’onestà! Da Serafin s’imparava qualcosa, che magari da altri […] non s’imparava; da Serafin guardavo anche quello che faceva e lo imparavo.

A volte noi pensiamo troppo a far bene l’acuto o la nota grave, e non pensiamo a trasmettere.

Questo è giusto, ma quando noi cantanti riusciamo a far bene dal grave, al centro, all’acuto imparandolo tecnicamente, poi dobbiamo anche applicare il sentimento. Se non sai quello che dici, alla gente non arriva. Poi c’è chi ce l’ha per natura, ad esempio Pippo Di Stefano (Giuseppe di Stefano) apriva bocca e la gente rimaneva estasiata [es. di “Una furtiva lagrima” imitando Di Stefano], perché era quello che interpretando portava l’animo di Donizetti e lo trasmetteva al pubblico.

Lei ha costruito anche diverse regie. Con il canto dobbiamo trasmettere attraverso la voce ed il sentimento, cosa trova lei costruendo una regia?

Con la regia bisogna avvicinarsi il più possibile a Boito e Verdi, cioè a colui che ha ‘fatto’ il libretto e a colui che ha ‘fatto’ la musica. Io dico sempre: “Beati coloro che stravolgono tutto e sono più intelligenti di Verdi e di Boito”.

Se lei stesse facendo una master class in questo momento, cosa direbbe ad un giovane cantante lirico?

Intanto bisogna vedere che punto di maturazione ha il cantante, da quanto tempo studia ecc. e cercare di ‘buttar via’ quello che non va e tenere quello che si può, cercando di correggerlo. Io, la prima cosa che dico ai ragazzi è: “non fate quello che vi dico, perché potrebbe essere stravolgente per la testa”; facciamo un esempio cantando, proviamolo, poi pensalo ed elaboralo [Es. A te l’estremo addio dal Simon Boccanegra di G. Verdi, soprattutto sulla pronuncia delle parole ‘Dio’ e la parola ‘palagio’]. Quindi, tu non fare quello che dico io, pensaci e poi si prova. Discutere con il maestro di canto è la cosa più giusta.

Cosa manca alla lirica di oggi?

Manca la quantità di lavoro che ci dovrebbe essere nei teatri. Io faccio sempre l’esempio di Vienna che propone centinaia di recite all’anno e quindi 10 mesi di lavoro. Negli altri due mesi estivi il coro e l’orchestra si sposta a Salisburgo.

Ultima parola su Serafin, il suo riconoscimento verso Serafin, per concludere questa bella intervista dedicata a Concetto Armonico ed alla futura associazione “Archivio storco Tullio Serafin”

Il riconoscimento è quello che: lui era un maestro che insegnava, se questa parola ha un senso per tutti gli altri non lo so, ma per me lui si!!!

 

Pubblicato il 5 aprile 2017

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